Mi capitò di ascoltare per la prima volta Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi in una sera di marzo e di pensare subito alle feste del pino sacro che proprio in quel mese, un tempo si celebravano. Erano feste romane e si rivolgevano ad una dea asiatica, Cibele, madre di tutti gli dei Frigi, accolta nel tempio della Vittoria, sul colle Palatino, nel 204 a.C.

Roma era ricorsa  a lei per avere aiuto nella lotta contro Annibale, il quale, infatti, dovette lasciare la penisola e tornarsene a Cartagine. Il pino sacro veniva tagliato nel folto della foresta, avvolto in bende, quasi fosse un dio morto, portato in città, dove, il 24 marzo, il sommo sacerdote si incideva un braccio con un coltello e offriva il suo sangue all’albero sacro. Ma non sulle feste, o sul significato del sacrificio, mi ero soffermato, piuttosto sulle radici che rimanevano piantate saldamente nel suolo e che, succhiando umori dal profondo, dagli abissi, come l’albero cosmico, a poco a poco restituivano il pino alla foresta. La musica di Coscia e di Trovesi mi aveva dato questa idea: erano suoni che venivano dal profondo che portavano alla luce umori sotterranei, ormai quasi dimenticati. C’era il jazz, ovviamente, in ciò che suonavano, ma anche la canzone, non quella di consumo, piuttosto quella visceralmente legata al nostro passato, e che mi riportava alla mazurca, al valzer, al tango, alla musica da strada, a quella che si faceva una volta sull’aia senza, tuttavia, riprenderne i segni del folklore tradizionale, semmai reinventandolo in modo nuovo, accettando del passato anche la nostalgia, anche certe tracce di provincialismo, talune impurità ovvie nei cantastorie di un tempo, per restituire il tutto alla nostra epoca con un linguaggio insolito, fresco asciutto, fatto di ironie, di aciduli sarcasmi, ma anche di momenti di autentica passione quasi che i due, pur nella loro ricostruzione intellettuale, non riuscissero a sottrarsi a quelle situazioni emozionali che li avevano colpiti da ragazzi. Ricordiamoci che entrambi sono di ceppo contadino e non importa che il primo abbia poi esercitato l’avvocatura, prima di dedicarsi totalmente alla musica, e che il secondo sia diplomato in clarinetto e che del conservatorio conservi una sicura patina culturale.

Dunque due musicisti che certamente hanno nei loro ricordi pomeriggi sull’aia, i balli sotto le stelle, quell’atmosfera intensamente profumata di fieno e di uve spremute che ancora è avvertibile nei loro suoni. Ora

ascolto il disco e provo le stese emozioni anche se la musica è diventata più sottilmente evasiva, più ricca di richiami lontani, e insieme, legata al nostro quotidiano. Non sfuggirà, a che ascolta, la grande suggestione del suono della fisarmonica di Coscia, finalmente restituita ad un ruolo che aveva perso da troppo tempo, quello della poesia, e non sarà possibile non scoprire il fascino profondo dei clarinetti di Trovesi, dalle voci profonde, evocative, oppure concitate e clamanti, ed una volta assaporati i suoni ecco il momento delle musiche che i due compongono. Anche queste intrise di ogni passato, di ogni esperienza, di ogni languore, eppure concepita con un linguaggio modernissimo, capace di ospitare in sé anche un lessico inedito, come inedita (anche se vecchissima) è la formula del duo, così banale così logora, così abbandonata, ma alla quale i due musicisti offrono panni nuovi, parole inedite, colme di un lirismo contenuto, di un sorriso continuo. Dalle “Radici”, insomma, nome che affibbiai al duo in quel marzo lontano, è nato il nuovo pino sacro e con lui musiche che ci paiono al tempo stesse vecchie e nuove: antiche emozioni in un clima di straordinaria attualità.