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Mi
capitò di ascoltare per la prima volta Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi
in una sera di marzo e di pensare Roma
era ricorsa a lei per avere
aiuto nella lotta contro Annibale, il quale, infatti, dovette lasciare la
penisola e tornarsene a Cartagine. Il pino sacro veniva tagliato nel folto
della foresta, avvolto in bende, quasi fosse un dio morto, portato in città,
dove, il 24 marzo, il sommo sacerdote si incideva un braccio con un
coltello e offriva il suo sangue all’albero sacro. Ma non sulle feste, o
sul significato del sacrificio, mi ero soffermato, piuttosto sulle radici
che rimanevano piantate saldamente nel suolo e che, succhiando umori dal
profondo, dagli abissi, come l’albero cosmico, a poco a poco
restituivano il pino alla foresta. La musica di Coscia e di Trovesi mi
aveva dato questa idea: erano suoni che venivano dal profondo che
portavano alla luce umori sotterranei, ormai quasi dimenticati. C’era il
jazz, ovviamente, in ciò che suonavano, ma anche la canzone, non quella
di consumo, piuttosto quella visceralmente legata al nostro passato, e che
mi riportava alla mazurca, al valzer, al tango, alla musica da strada, a
quella che si faceva una volta sull’aia senza, tuttavia, riprenderne i
segni del folklore tradizionale, semmai reinventandolo in modo nuovo,
accettando del passato anche la nostalgia, anche certe tracce di
provincialismo, talune impurità ovvie nei cantastorie di un tempo, per
restituire il tutto alla nostra epoca con un linguaggio insolito, fresco
asciutto, fatto di ironie, di aciduli sarcasmi, ma anche di momenti di
autentica passione quasi che i due, pur nella loro ricostruzione
intellettuale, non riuscissero a sottrarsi a quelle situazioni emozionali
che li avevano colpiti da ragazzi. Ricordiamoci che entrambi sono di ceppo
contadino e non importa che il primo abbia poi esercitato l’avvocatura,
prima di dedicarsi totalmente alla musica, e che il secondo sia diplomato
in clarinetto e che del conservatorio conservi una sicura patina
culturale. Dunque
due musicisti che certamente hanno nei loro ricordi pomeriggi sull’aia,
i balli sotto le stelle, quell’atmosfera intensamente profumata di fieno
e di uve spremute che ancora è avvertibile nei loro suoni. Ora ascolto
il disco e provo le stese emozioni anche se la musica è diventata più
sottilmente evasiva, più ricca di richiami lontani, e insieme, legata al
nostro quotidiano. Non sfuggirà, a che ascolta, la grande suggestione del
suono della fisarmonica di Coscia, finalmente restituita ad un ruolo che
aveva perso da troppo tempo, quello della poesia, e non sarà possibile
non scoprire il fascino profondo dei clarinetti di Trovesi, dalle voci
profonde, evocative, oppure concitate e clamanti, ed una volta assaporati
i suoni ecco il momento delle musiche che i due compongono. Anche queste
intrise di ogni passato, di ogni esperienza, di ogni languore, eppure
concepita con un linguaggio modernissimo, capace di ospitare in sé anche
un lessico inedito, come inedita (anche se vecchissima) è la formula del
duo, così banale così logora, così abbandonata, ma alla quale i due
musicisti offrono panni nuovi, parole inedite, colme di un lirismo
contenuto, di un sorriso continuo. Dalle “Radici”, insomma, nome che
affibbiai al duo in quel marzo lontano, è nato il nuovo pino sacro e con
lui musiche che ci paiono al tempo stesse vecchie e nuove: antiche
emozioni in un clima di straordinaria attualità.
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