Purtroppo il maestro non è più tra noi per confermare o smentire. Forse era prudente concludere la frase con un punto di domanda. Qua e là ci sono trasgressioni, ma sostanzialmente le armonie, i bassi, il fraseggiare sono krameriani.

E’ impossibile imitare questo eccezionale musicista: lo posso solo raccontare così come l’ho imparato fin dall’adolescenza, con l’orecchio incollato alla vecchia Magnadyne.

Kramer non suonava la fisarmonica, perché il suo strumento era una specie di organetto diatonico (con lo stesso tasto si fanno due suoni a seconda che si apra o si chiuda il mantice) e poi perché per lui questo scomodo aggeggio era solo un pretesto. Mai un’ostentazione virtuosistica, mai un compiacimento da primo attore.

Se lo avessero costretto a partecipare ai “campionati del mondo” sarebbe arrivato ultimo. Ti ipnotizzava con una irraggiungibile cavata nello spazio di poche battute.

Prima di terminare queste brevi note ho riascoltato il provino.

A Kramer piaceva così?

Mi auguro proprio di sì perché, ormai frastornato da molte altre sollecitazioni musicali, non ho mai dimenticato il suo insegnamento e ho cercato di fare del mio meglio.

I brani vengono riproposti alla ricerca del sapore jazzistico sempre presente anche nelle canzonette più commerciali.

Per citarne solo alcuni, “Donna” diventa una swingante bossa nova, “Buona notte al mare” un intrigante jazz waltz da fare invidia al repertorio americano, “Crapa pelada” un rap ante litteram.

Ho voluto concludere questo viaggio nella musica di Kramer con un mio personale commiato al Maestro. “Prime lacrime” è infatti il primo brano composto da Kramer nel 1937 e un suo personale omaggio a Duke Ellington. Ho avuto la fortuna di poterlo suonare davanti a lui, su sua richiesta, in occasione della celebrazione tenutasi in suo onore, a Rivarolo, pochi anni or sono.

In definitiva, penso che quando con una musica si può fare jazz, vuol dire che quella musica ha un contenuto.

                                                                                                                                                                       Gianni Coscia

 

Ha sempre avuto grande amore per i suoi baffi Gorni Kramer. Probabilmente per due motivi: intanto perché negli anni Venti (la luce la vide nel ’13) Charlie Chaplin era personaggio adorabile, eppoi perché dichiarava apertamente che si divertiva con Stan Laurel e Oliver Hardy e Ollio come ricorderete aveva i baffetti. Quelli di Kramer si dividevano proprio sotto il naso e il suo barbiere doveva fare molta attenzione quando… operava.

Impressione personale è che non amasse volare. Volare sulla fisarmonica a “bottoni” – come la chiamava suo padre Francesco Gorni – senz’altro, ma imbarcarsi su un velivolo come mi diceva quando ci si incontrava in Corso Sempione al Centro di Produzione Rai di Milano, meno. Anzi, molto meno.

E ricordava ancora il suo viaggio a Londra dove si esibì al “Palladium” e già pensava al ritorno. Non proprio un ritorno, perché nel 1948, in pieno clima jazz, con Wolmer Beltrami e gli altri della band doveva proseguire per gli Stati Uniti. “Fortuna volle – mi disse una mattina in ascensore – che negli Stati Uniti ci andammo proprio e così quel viaggio si fece benedire. Per la verità mi adoperai come un matto per ottenere successo a Londra e rimanere lì a lungo e allora dopo il “Palladium” ci scritturò il “Colosseum”, poi la BBC e passammo alle sale di incisione della Decca, la casa discografica dall’etichetta rossa”.

Anche il rapporto con l’ascensore non era meraviglioso, né sereno. Preferiva le scale, ma in RAI a Milano per arrivare soltanto al sesto piano non era divertente.. Parlava poco. Sorrideva molto. Molto affabile, ma mai compagnone, almeno con noi giornalisti coi quali – bisogna dire la verità – andava comunque d’accordo.

Un amico di quelli che non si dimenticano, per me, negli anni Settanta fu Natalino Otto. Natalino con Kramer fece coppia invincibile. Ritmo, jazz, che scorreva nel sangue di quei due di nascosto “in soffitta” come ricordava Kramer ascoltavano i dischi che venivano dall’America. Mussolini non voleva quella musica, musica negroide e di nessuna cultura faceva scrivere sui giornali e poi diffondeva il verbo nelle sedi dei “Gruppi Rionali”.

Sempre in ascensore – chissà perché, ma così fra chi annota questi appunti e Kramer è avvenuto – mi raccontò di Natalino, di come si conobbero e di come lo adottò. Per il favoloso personaggio di Rivarolo Mantovano il mio nome era Everardo. La “erre”, come sapete, non l’ha mai avuta, scherzando diceva che: “Sua madre l’aveva perduta mettendolo al mondo, per far prima”. Non c’è dubbio che fosse un uomo di spirito.

Ma torniamo in ascensore: “Ho ereditato Natalino, che allora era batterista e cantante col megafono quando Mulazzi, grande jazzista a mio vedere, sciolse la sua orchestra. Così incontrai quel favoloso genovese, swing man unico, nel mio complesso e da quel momento diventammo amici. Per una sorta di situazione diventammo amici. Per una sorta di situazione ci perdemmo anche, ma il nostro duo si cimentò nel’43 quando gli scrissi Ho un sassolino nella scarpa. Che giorni, che successi….”.

Gorni Kramer si è portato dentro, per l’intera sua esistenza, il jazz come culto, come tesoro inseparabile, come convinzione assoluta, come religione. Talento? Forse è dire poco. E’ dire poco se si tiene conto che il suo fu strumento insolito per proporre l’anima musicale di New Orleans, la fisarmonica. A bottoni che azionava senza mai guardare, senza mai sfiorare una nota che non fosse quella giusta.

Aveva poco meno di sei anni e frequentava la prima classe elementare quando già era considerato un virtuoso. Kramer mi raccontò di quante volte si presentò in classe senza cartella, ma con la “fisa” – come la chiamava – e suonava e suonava con attorno i suoi compagni di classe. Ebbe anche noie con la maestra, “ma non mi sospesero mai dalle lezioni”.

Le elementari di Rivarolo, dunque, furono il suo primo palcoscenico, sicuramente il più bello e, come ebbe a dirmi a distanza di 50 anni, il più romantico. Poi il padre, che chiamavamo “Gallo” per conclamate propensioni maschili, lo iscrisse al Conservatorio di Parma.

E da lì Gorni Kramer prese il volo. Raggiungerà prima la gloria poi in cielo.

 

    Everardo Dalla Noce