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Diavoli in musica
Negli
anni della mia adolescenza, da poco finita la guerra, per ascoltare jazz
in una città di provincia non c’era che da riunirsi a casa di qualche
amico abbastanza agiato da possedere un grammofono e alcuni dischi a
settantotto giri. Al di là di quelle sedute quasi clandestine, debbo in
quegli anni la mia iniziazione jazzistica alla fisarmonica di Gianni
Coscia, che egli stava già sottraendo alle balere popolari per portarla
alle soglie (ideali) delle case di piacere di New Orleans. In
quel tempo il jazz era una cosa e l’altra musica un’altra. La radio ci
dava le canzoni, tranne al Venerdì un concerto sinfonico, e per il resto
bisognò attendere che un gruppo di appassionati costituisse ad
Alessandria una sorta di società del quartetto, invitando settimanalmente
degli esecutori famosi. Ma i tre universi rimanevano separati. Imparavamo,
è vero, che esisteva della musica ritmo-sinfonica, ma anche i nostri
primi entusiasmi per la rapsodia in
blue o per il concerto in fa
non ci impedivano di riconoscere che si trattava di affidare melodie e
ritmi jazz ad un organico orchestrale, gelando il tutto in una partitura
intoccabile. Il connubio era gradevole, ma il genere non acquistava una
fisionomia definita. La musica ritmo sinfonica rimaneva in un limo oscuro
raramente eseguita nei concerti e, più tardi a Milano, ignorata nelle caves
dove si praticava un jazz tanto più nobile quanto più fedele alle
proprie origini “basse”. Ho
seguito la maturazione di Coscia sino al suo incontro con Trovesi e ormai
riconosco nelle loro sperimentazioni qualcosa di particolare, che non è
più il jazz delle origini e non è neppure un tentativo di fare entrare
Armstrong al Carnegie Hall. Come
tutti gli esperimenti, quello di Coscia e Trovesi è di difficile
definizione, e basta ascoltare questo disco che gioca tra omaggi a grandi
maestri – a qualsiasi sfera dell’universo musicale fossero assegnati
– come Carpi o Villoldo, e persino con la ricerca di timbri antichi e
rimembranze classiche, a invenzioni originali dei due esecutori. Siamo
di fronte ad una nuova trasversalità dove cadono le distinzioni di
genere, con una attenzione (questa, si, veramente nuova) al folklore
italiano (e quale bestemmia sarebbe parsa un tempo annunciare un
trattamento jazz della Migliavacca o Celebre Mazurca Variata, non so se
per offesa al jazz o per offesa alla Migliavacca…), ma in modo che anche
qui dall’incontro tra tradizioni apparentemente inconciliabili si
disegnano i fantasmi di etnie inesistenti. Tanto
per cominciare, cade persino la distinzione tra musica che segue una
partitura e musica che improvvisa su tema. Attraverso strizzate
d’occhio, a sé stessi, all’opera e all’ascoltatore, Coscia e
Trovesi giocano su entrambi i fronti, permettendosi, all’interno
dell’omaggio a un altro musicista, una gioiosa poetica della cadenza. In
questo loro gioco di richiami tra testi ed eredità diverse, essi inducono
talora nell’ascoltatore sistemi di attese che d’improvviso frustrano,
cambiando le regole del gioco. Che è una delle caratteristiche
dell’esperimento, questa volta assunta senza rinunciare a qualcosa a cui
la musica sperimentale spesso rinuncia, e cioè il piacere. Coscia e
Trovesi sanno contaminare senza che, salva restando la possibilità di
riconoscere la citazione, ne venga a soffrire l’unità del pezzo. Anzi
direi che – con tratto che è stato riconosciuto tipico del
post-moderno, mettono in scena un double-coding. L’esecuzione può
essere apprezzata ad un livello “alto”, cogliendo i rinvii
intertestuali, e a livello “basso”, come musica tout court, senza
essere disturbati dal rimando erudito e malizioso. Non
c’è nulla di più di seducente della malizia, quando ha l’umiltà di
mascherarsi da ingenuità e soprattutto quando genera, ad ogni nuova
citazione o invenzione, una festa timbrica che sa trarre tutto il
possibile dagli strumenti e in modo naturale, senza ricorso
all’elettronica. Ecco
dunque un modo di rendere popolare la musica colta e colta la musica
popolare. E allora non chiediamoci in quale tempio collocare le esecuzioni
di Coscia e Trovesi. All’angolo della strada come in una sala di
concerto, essi si troverebbero a proprio agio. Umberto Eco
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