Note d’ascolto (come bere il vino in compagnia dell’oste)

Vocabolo S. Martino è fresco di missaggio. Lo ascoltiamo in compagnia di Gianni Coscia, per seguirne passo passo lo svolgersi, cercando di carpirne i segreti alla fonte, nelle motivazioni più profonde, ma anche nel successivo dipanarsi, prima sul pentagramma, quindi, a contato con gli esecutori, in sala d’incisione. Il lavoro arriva a cinque anni abbondanti dal Bandino e quasi dieci dopo La Briscola, a completare una sorta di trilogia della lettera B, visto che alla base di Vocabolo S. Martino sta quella che il fisarmonicista e compositore alessandrino ha voluto chiamare La Bottega. Ma non spingiamoci troppo avanti. Vediamo di raccogliere invece gli input già lanciati sentendo quanto l’autore ha da dirci in proposito.

Bisogna per forza di cose partire dalla Briscola  - esordisce che era un gioco intavolato non fra i musicisti bensì fra i cinque personaggi della suite: Battista, il Moro, mio padre, Ernesto e il Professore. Il Bandino, che facesse anch’esso leva su una musica molto evocativa ma più ironica rispetto alla Briscola, riesumava in qualche modo quello che un tempo era il ridotto della banda vera e propria, cioè quei musicanti che, dopo la processione per le vie del paese, suonavano musica da ballo nella festa serale. La Bottega, invece, è come un’esposizione – una “vendita”- di sensazioni, di emozioni provate in un momento successivo della vita. Ha sempre radici popolari, però filtrate attraverso un’esperienza e una cultura molto diverse. La sua matrice, soprattutto, non è più quella del luogo d’origine, cioè il Piemonte, ma del luogo di approdo, cioè l’Umbria.

In effetti si avverte questo diverso filtro, non fosse altro per la presenza di un ensemble cameristico accanto alla consueta pattuglia di jazzisti…

La formazione cameristica è quella classica, alla Hindemith, alla Milhaud: flauto, oboe, clarinetto, fagotto e corno. Ciò si deve anche al fatto che da qualche anno io ascolto in pratica solo musica classica.

Per esempio che cosa?

Tutto quello che mi capita perché sono pigro e ascolto la radio, soprattutto in auto, mentre guido. Un filtro diverso, come dicevamo: da un lato la musica classica, dall’altro la terra umbra, a cui è dedicato il brano- chiave del disco, appunto Vocabolo S. Martino, il cui sottotitolo potrebbe essere Fotogrammi D’Ambiente. E’ una suite fatta di piccoli flashes che risentono di queste nuove immagini a cui mi trovo esposto.

Come mai l’Umbria, al di là dell’ascolto della musica classica, ti ha portato a scoprire questo tipo di percorso?

Forse perché non c’è più quel richiamo forte, ancestrale, che su di me hanno i miei luoghi di origine. Basta guardare le colline, o uscire per strada, in mezzo alla gente, per risentire di tutto un vissuto profondamente radicato in te. L’Umbria, in questo senso, è un’esperienza molto più vergine, scevra da certi riflessi condizionati. Ed è una terra con più respiro, forse: un casale diroccato, o una chiesa, ti dischiudono tutto un altro mondo. A un chilometro da casa mia ci sono le catacombe, c’è un ponte romano dei tempi delle guerre puniche…. Questo per dire che, forse, abbinando l’ascolto della musica classica con l’immagine di un mondo impregnato di una cultura antica e di una spiritualità che dalle nostre parti non abbiamo, è nata la musica che scrivo oggi. Fra l’altro sono anche molto caratteristici i nomi dei paesi: dove ho preso casa e le varie località si chiamano “vocaboli”. Ecco perché Vacabolo S. Martino: così si chiama il luogo dove abito io. La suite è concepita per fotogrammi, come dicevo; è come se tu sfogliassi dei provini fotografici, a ciascuno dei quali ho dato un minititolo. Il primo è I Girasoli e rimanda a un’immagine solare di gioia.

Vi si ascolta il vibrafono, strumento per te abbastanza inusuale.

L’ho usato tantissimi anni fa. Malgrado strumenti completamenti diversi, ci sono momenti che mi ricordano Gil Evans. Arriva quindi Il Vento e La Quercia, poi Gli Ulivi e subito dopo Il Sogno Di Laura, un affettuoso omaggio a colei che ha realizzato il desiderio della casa in Umbria. I titoli sono ancora una volta tipicamente tuoi. Ma diciamo due parole sul ruolo di Gianluigi Trovesi, questa sorta di figura anfibia, che fa parte al tempo stesso del quintetto da camera, negli obbligati, e del quartetto jazz, nelle improvvisazioni.

Certo. Tiene magistralmente il piede in due scarpe, suonando il clarinetto in si bemolle – fatto per lui più unico che raro - nella formazione da camera, il cui impasto richiedeva questo strumento specifico, mentre con gli altri clarinetti fa il solista jazz.

E’ assente l’elemento percussivo.

Se ne sente la mancanza? Non credo. C’è comunque un forte impulso ritmico al quale partecipa molto bene, con fantasia Dulbecco. E intanto siamo arrivati a La Festa, in 5/4, dove c’è una specie di “ola” da stadio.

Mi pare molto pertinente il lavoro di Enzo Pietropaoli.

Non ce ne sono molti in grado di reggere la baracca senza batteria. Ecco, questo è per Silvia e Bud, dedicato alla mia ultima figlia, che ama moltissimo questo adagio, e al nostro cane. Sono inseparabili. Ma eccoci a La Favola dell’Oro. Si racconta che nel nostro terreno fosse stato nascosto dell’oro. Più avanti si improvvisa collettivamente con una certa enfasi, perché dovremmo immaginare quattro che stanno scavando…

Sentendo questa musica, più d’uno farà il nome di Stravinskij.

Infatti c’è molto Stravinskij, come in tutti i miei lavori. E’ forse il musicista che più mi ha influenzato… Ed eccoci al Pomeriggio Danzante, un valzer che mi appaga molto sotto il profilo armonico. Si alternano misure in ¾ e in 4/4. C’è quindi Il Giuggiolo E Il Moro. Due piante che sono nel prato. Poi c’è L’Edicola di S. Martino, sfasciata per cercare l’oro. Qua e là ci sono anche delle riprese tematiche. La fine, ad esempio, è ancora sul tema di Silvia e Bud, fermandosi su un accordo di sesta, stile anni Quaranta (alla Angelini).

Il brano che viene dopo Vocabolo S. Martino s’intitola Tredici per un Blues, perché c’è una misura in più delle dodici del blues canonico.

Infatti da quando suono, sento dire che un jazzista è fasullo quando suona il blues in tredici misure. Così mi è venuta l’idea di dimostrare che si può suonare anche un blues in tredici misure. Mi pare che stia in pedi, anche per l’improvvisazione. Ci sono delle figurazioni proprio tipo big band. Comunque è un po’ una scommessa, una provocazione.

Proseguiamo. Perché in un album tutto tuo hai voluto inserire un arrangiamento de Il Postino Luis di Bacalov?

Primo perché sono innamorato di questo tema. Secondo per la musica con cui Bacalov entra con la sua musica in un film già di per sé bellissimo, senza smanie di protagonismo. E poi mi sembrava così adatto a questa formazione… Ed è una suggestione umbra, perché forse ad Alessandria non mi sarebbe venuta in mente né questa formazione né questo tema.

Per chiudere il disco, hai optato per due brani per fisarmonica sola. Il primo è La Montanara per Gioco.

Sì è un notissimo tema trentino, che appunto ho voluto rispolverare – come dice il titolo per gioco. L’ultimo brano, molto in embrione, è 5/4 Di  Sole. Nella parte iniziale si sente una sovrapposizione armonica. E’ un tema che stava lì da tempo e che ho deciso di tirare fuori per l’occasione. Potrebbe essere anche lo spunto per un futuro lavoro. Gianni Coscia è già proiettato al domani, quindi. Noi preferiamo fermarci qui, arrestandoci all’oggi. Come in tutti i suoi dischi, la quantità di musica è tale da non consentire distrazioni. Di tutto il resto parleremo semmai nel prossimo millennio.

Alberto Bazzurro

  

  1. Vocabolo San Martino (G.Coscia) 1°  parte
  2. Vocabolo San Martino (G.Coscia) 2°  parte
  3. Tredici per un blues (G.Coscia)
  4. Il Postino (Luis Bacalov - arr. G.Coscia)
  5. La Montanara per gioco (elab. per fisarmonica di G.Coscia)
  6. Cinque quarti di sole (G.Coscia)

12'49"

11'16"

8'42"

6'36"

5'21"

1'35"

 

Gianluigi Trovesi, clarinetti

Enzo Pietropaoli, contrabbasso

Andrea Dulbecco, vibrafono

Gianni Coscia, fisarmonica

 

 

Quartetto Kandinsky: Nicola Protani, flauto; Simone Frondini, oboe; Tsang Shien Yung, fagotto; Eolo Pignattini, corno