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Note
d’ascolto (come bere il vino in compagnia dell’oste) Vocabolo
S. Martino è fresco di missaggio. Lo ascoltiamo in compagnia di Gianni
Coscia, per seguirne passo
Bisogna
per forza di cose partire dalla Briscola
- esordisce che era un gioco intavolato non fra i musicisti bensì
fra i cinque personaggi della suite: Battista, il Moro, mio padre, Ernesto
e il Professore. Il Bandino, che facesse anch’esso leva su una musica
molto evocativa ma più ironica rispetto alla Briscola, riesumava in
qualche modo quello che un tempo era il ridotto della banda vera e
propria, cioè quei musicanti che, dopo la processione per le vie del
paese, suonavano musica da ballo nella festa serale. La Bottega, invece,
è come un’esposizione – una “vendita”- di sensazioni, di emozioni
provate in un momento successivo della vita. Ha sempre radici popolari,
però filtrate attraverso un’esperienza e una cultura molto diverse. La
sua matrice, soprattutto, non è più quella del luogo d’origine, cioè
il Piemonte, ma del luogo di approdo, cioè l’Umbria. In effetti si avverte questo diverso filtro, non fosse altro per la presenza di un ensemble cameristico accanto alla consueta pattuglia di jazzisti… La
formazione cameristica è quella classica, alla Hindemith, alla Milhaud:
flauto, oboe, clarinetto, fagotto e corno. Ciò si deve anche al fatto che
da qualche anno io ascolto in pratica solo musica classica. Per
esempio che cosa? Tutto
quello che mi capita perché sono pigro e ascolto la radio, soprattutto in
auto, mentre guido. Un filtro diverso, come dicevamo: da un lato la musica
classica, dall’altro la terra umbra, a cui è dedicato il brano- chiave
del disco, appunto Vocabolo S. Martino, il cui sottotitolo potrebbe essere
Fotogrammi D’Ambiente. E’ una suite fatta di piccoli flashes che
risentono di queste nuove immagini a cui mi trovo esposto. Come
mai l’Umbria, al di là dell’ascolto della musica classica, ti ha
portato a scoprire questo tipo di percorso? Forse
perché non c’è più quel richiamo forte, ancestrale, che su di me
hanno i miei luoghi di origine. Basta guardare le colline, o uscire per
strada, in mezzo alla gente, per risentire di tutto un vissuto
profondamente radicato in te. L’Umbria, in questo senso, è
un’esperienza molto più vergine, scevra da certi riflessi condizionati.
Ed è una terra con più respiro, forse: un casale diroccato, o una
chiesa, ti dischiudono tutto un altro mondo. A un chilometro da casa mia
ci sono le catacombe, c’è un ponte romano dei tempi delle guerre
puniche…. Questo per dire che, forse, abbinando l’ascolto della musica
classica con l’immagine di un mondo impregnato di una cultura antica e
di una spiritualità che dalle nostre parti non abbiamo, è nata la musica
che scrivo oggi. Fra l’altro sono anche molto caratteristici i nomi dei
paesi: dove ho preso casa e le varie località si chiamano “vocaboli”.
Ecco perché Vacabolo S. Martino: così si chiama il luogo dove abito io.
La suite è concepita per fotogrammi, come dicevo; è come se tu
sfogliassi dei provini fotografici, a ciascuno dei quali ho dato un
minititolo. Il primo è I Girasoli
e rimanda a un’immagine solare di gioia. Vi
si ascolta il vibrafono, strumento per te abbastanza inusuale. L’ho
usato tantissimi anni fa. Malgrado strumenti completamenti diversi, ci
sono momenti che mi ricordano Gil Evans. Arriva quindi Il
Vento e La Quercia, poi Gli
Ulivi e subito dopo Il Sogno Di
Laura, un affettuoso omaggio a colei che ha realizzato il desiderio
della casa in Umbria. I titoli sono ancora una volta tipicamente tuoi. Ma
diciamo due parole sul ruolo di Gianluigi Trovesi, questa sorta di figura
anfibia, che fa parte al tempo stesso del quintetto da camera, negli
obbligati, e del quartetto jazz, nelle improvvisazioni. Certo.
Tiene magistralmente il piede in due scarpe, suonando il clarinetto in si
bemolle – fatto per lui più unico che raro - nella formazione da
camera, il cui impasto richiedeva questo strumento specifico, mentre con
gli altri clarinetti fa il solista jazz. E’
assente l’elemento percussivo. Se
ne sente la mancanza? Non credo. C’è comunque un forte impulso ritmico
al quale partecipa molto bene, con fantasia Dulbecco. E intanto siamo
arrivati a La Festa, in 5/4, dove c’è una specie di “ola” da
stadio. Mi
pare molto pertinente il lavoro di Enzo Pietropaoli. Non
ce ne sono molti in grado di reggere la baracca senza batteria. Ecco,
questo è per Silvia e Bud, dedicato alla mia ultima figlia, che ama
moltissimo questo adagio, e al nostro cane. Sono inseparabili. Ma eccoci a
La Favola dell’Oro. Si
racconta che nel nostro terreno fosse stato nascosto dell’oro. Più
avanti si improvvisa collettivamente con una certa enfasi, perché
dovremmo immaginare quattro che stanno scavando… Sentendo
questa musica, più d’uno farà il nome di Stravinskij. Infatti
c’è molto Stravinskij, come in tutti i miei lavori. E’ forse il
musicista che più mi ha influenzato… Ed eccoci al Pomeriggio
Danzante, un valzer che mi appaga molto sotto il profilo armonico. Si
alternano misure in ¾ e in 4/4. C’è quindi Il
Giuggiolo E Il Moro. Due piante che sono nel prato. Poi c’è L’Edicola
di S. Martino, sfasciata per cercare l’oro. Qua e là ci sono anche
delle riprese tematiche. La fine, ad esempio, è ancora sul tema di Silvia
e Bud, fermandosi su un accordo di sesta, stile anni Quaranta (alla
Angelini). Il
brano che viene dopo Vocabolo S. Martino s’intitola Tredici
per un Blues, perché c’è
una misura in più delle dodici del blues canonico. Infatti
da quando suono, sento dire che un jazzista è fasullo quando suona il
blues in tredici misure. Così mi è venuta l’idea di dimostrare che si
può suonare anche un blues in tredici misure. Mi pare che stia in pedi,
anche per l’improvvisazione. Ci sono delle figurazioni proprio tipo big
band. Comunque è un po’ una scommessa, una provocazione. Proseguiamo.
Perché in un album tutto tuo hai voluto inserire un arrangiamento de Il
Postino Luis di Bacalov? Primo
perché sono innamorato di questo tema. Secondo per la musica con cui
Bacalov entra con la sua musica in un film già di per sé bellissimo,
senza smanie di protagonismo. E poi mi sembrava così adatto a questa
formazione… Ed è una suggestione umbra, perché forse ad Alessandria
non mi sarebbe venuta in mente né questa formazione né questo tema. Per
chiudere il disco, hai optato per due brani per fisarmonica sola. Il primo
è La Montanara per Gioco. Sì
è un notissimo tema trentino, che appunto ho voluto rispolverare – come
dice il titolo per gioco. L’ultimo brano, molto in embrione, è 5/4 Di
Sole. Nella parte iniziale si sente una sovrapposizione armonica.
E’ un tema che stava lì da tempo e che ho deciso di tirare fuori per
l’occasione. Potrebbe essere anche lo spunto per un futuro lavoro.
Gianni Coscia è già proiettato al domani, quindi. Noi preferiamo
fermarci qui, arrestandoci all’oggi. Come in tutti i suoi dischi, la
quantità di musica è tale da non consentire distrazioni. Di tutto il
resto parleremo semmai nel prossimo millennio. Alberto
Bazzurro
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12'49" 11'16" 8'42" 6'36" 5'21" 1'35" |
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Gianluigi Trovesi, clarinetti Enzo Pietropaoli, contrabbasso Andrea Dulbecco, vibrafono Gianni Coscia, fisarmonica
Quartetto Kandinsky: Nicola Protani, flauto; Simone Frondini, oboe; Tsang Shien Yung, fagotto; Eolo Pignattini, corno |
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