Antica Mazurca

Con la pagina aperta sul brano da eseguire, il libriccino è sgualcito, stretto dalla molla – a forma di “lira”- del “letturino” fissato sullo strumento. La scrittura è di chi ha appreso soltanto i primi rudimenti della musica nei corsi serali seguiti tenuti nel salone della casa comunale; il pennino aveva la punta morbida perché con un sol tratto venissero bene le crome e le semiminime.

Non mancano le impronte digitali del suonatore/contadino dalle mani ruvide e callose che non hanno occasione di sfogliare libri che tradiscono una gestualità primitiva, infantile, quando voltano pagina impacciate, con l’apprensione di non arrivare in tempo. Sono mani che qualche volta hanno macchiato di vino le pagine del repertorio e che sono a disagio nel contatto con le “ballerine” della macchina a cilindri del genis o con l’elegante silhoulette delle tredici chiavi del clarinetto.

All’antica mazurca forse non è stata riconosciuta dignità di stampa, ma fa parte della tradizione manoscritta, come per altri brani ricopiati su quel libriccino rettangolare a otto righe. Un repertorio ingiustamente trascurato anche dall’etnomusicologia ufficiale, un repertorio strumentale popolare antico per i balli e per le feste patronali delle nostra campagne, prezioso documento di una cultura e di una tradizione destinate purtroppo a scomparire.

Culo di pasta

Gli piaceva mangiare, ma gli piaceva anche parlarne. Prediligeva la pasta che avrebbe voluto come ingrediente per tutti i piatti. Nell’intervallo, si alzava dalla batteria e mi seguiva al bar prodigo di consigli per il mio sviluppo fisico. “Sei ancora molto giovane” mi diceva, “ora la guerra è finita, si trova di tutto: non fumare e mangia tanta pastasciutta se vuoi crescere bene. Ho scelto di suonare la batteria, ma alla tua età facevo anche atletica”. Poi rideva divertito. “vedi, come musicista non ho mai partecipato ad un’incisione e pensare che la mia specialità sportiva era il lancio del disco!”. Sapevo con tutti i particolari il piatto che avrebbe affrontato al ritorno a casa, prima di andare a letto. A seconda della stagione, dell’ora di rientro, esisteva un vero campionario dove l’elemento  base era la pasta: spaghetti all’olio, aglio, peperoncino; alla salvia, alle noci, al pomodoro e basilico; farfalle al tonno, alle olive; pipette con uova e formaggio, maccheroni gratinati, ripieni; rigatoni ai formaggi, penne all’arrabbiata, ecc…Che buffo destino il suo! Lo si poteva definire affetto da rotondità.

La sfericità del cranio e della corporatura – ormai nell’età di mezzo -  erano avvalorate da un pettinatura liscia con scriminatura centrale e da  una armoniosa distribuzione delle varie parti della figura, leggermente disturbata da una prominenze ventrale, peraltro non invadente. Se un tempo aveva lanciato, con successo provinciale, l’attrezzo sportivo dalla geometrica, ineccepibile curvatura, ora suonava circondato con equidistanza da tamburi e cimbals, purché di circolare aspetto. Aveva un debole per il paso doble e la beguine che accompagnava con perizia e buon gusto. Ma il break lo faceva veramente da solo, casa, con l’utilizzo di un’altra batteria, quella da cucina, culminando con gloria davanti alla rotonda – ancora una volta – fumante sagoma di un ghiotto piatto di pasta.

Una sera nello spogliatoio dell’orchestra lo vidi togliersi i pantaloni per indossare quelli della divisa. Mi girava la schiena ed un paio di trionfanti mutandoni mi apparvero nello splendore di un tessuto a righe bianche e blu poste trasversalmente.

A metà altezza tra la cintola e la giuntura posteriore del ginocchio, un nome, una marca, una garanzia, ripetuta su ciascuna delle carnose natiche, interrompeva il regolare percorso delle strisce bicolori: AGNESI-AGNESI. Abilmente confezionata su due sacchi del rinomato prodotto, l’unica derivante grande mutanda mi apparve come il vessillo della  dietetica, italica virtù.  Dall’unione di due involucri era nato un solo contenitore non più chili del rinomato prodotto, ma per culo….di pasta, naturalmente.

Morì di un colpo qualche anno dopo, durante l’intervallo. Non suonavamo più assieme. Mi raccontarono che quando lo composero, il suo volto era sereno, quasi sorridente. Scommetterei con il Padreterno su quale fu il suo ultimo pensiero.

Piolus

Una filastrocca tra i giocattoli di Andrea

Piolus Piolus pan pan timelan

Pa de la me duk

Cu cu du labaian

Bach!

Tanghesi

La moglie di Trovesi un giorno si lamentò che il marito non le aveva mai dedicato un tango. Con profondo senso di colpa Gianluigi ha pregato me di scrivere un brano di questo genere. Per la buona pace della famiglia ha pensato che il titolo appropriato fosse TANGHESI.

Adesso è preoccupata mia moglie e ogni tanto mi ricorda che se un giorno Gianluigi ci dedicasse un tango potrebbe anche intitolarlo “tangoscia”.

La corriera di Paletu

E’ cominciato da poco l’autunno. Il tramonto si conclude lasciando trasparire all’orizzonte fasce interne di giallo e di rosso che fanno ben sperare per il tempo di domani Incorniciato dalla finestra del pullman lo scenario è bellissimo. Sullo sfondo fermo dei colori, trascorrono gli alberi e le abitazioni ormai illuminate; più le case sono vicine, più netta è la percezione della velocità. Torniamo ad aver visitato i capolavori del Futurismo di Palazzo Grassi a Venezia e queste immagini di tinte calde e di continuo movimento mi suggestiona come un’ultima serie di “lampi” sulla mostra. “…La magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile da corsa, con il suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo…è più bello della Vittoria di Samotracia…”: ricordo alcune parole del manifesto del Marinetti. Rilassato sull’accogliente poltrona del modernissimo pullman mi sento testimone come i Futuristi de “l’essenza dinamica della realtà”.

Si è fatto buio e cedo ala tentazione del dormiveglia. Rivivo un lontano albeggiare del primo dopoguerra. La vecchia “corriera” – residuato di una odiosa requisizione bellica – sobbalza da ***verso la città. La curva figura dell’autista mi è famigliare. Paletu, come sempre, è felice di guidare, ma si intenerisce quando il lunedì ospita il pallido ragazzino che ha suonato la domenica sera fino a tardi, troppo tardi per la sua età.  Fuori la campagna è bianca di brina, il riscaldamento a bordo non c’è: ma il ragazzino è felice non sente il freddo e dimentica la stanchezza ascoltando le canzonette e i canti partigiani di Paletu…

Ci ripenso, Balla, Boccioni, Severini non hanno mai ispirato Paletu. Anche dopo, a tempi migliori, l’automezzo non gli ha mai assicurato i valori della velocità, del dinamismo, del pericolo, della prepotenza. E’ stato un asceta del volante ed ogni suo viaggio lo si ricorda come un momento di cordialità, un’occasione di festa.

Forse c’è qualcosa in comune tra le mie fisarmoniche e le corriere di questo simpatico personaggio.

Abbiamo lasciato il casello autostradale e siamo quasi a casa. Venezia è ormai lontana e sono certo che Paletu, come me, preferisce il fruscio tenue di una gondola al suo fantasmagorico carnevale.

Note di copertina

Raccontare le musiche attraverso le parole? Non è proprio il caso: la musica è lì, si racconta da sola, specie quella di Gianni Coscia, narrativa quanto poche altre, capace di sostituirsi lei stessa alle parole, di raccontare storie del tutto autosufficienti. E ci sarebbe poi, semmai, ciò che Gianni ha voluto affiancare, in fatto di pagine scritta vera e propria, alla sua musica, come una suggestione, un profumo in più. Varrà quindi la pena, piuttosto di fare un po’ di cronistoria di un disco che affonda le proprie radici all’indomani della Briscola, il fortunato LP che Gianni Coscia ha fatto precedere a questo, dischiudendo a sé e alla sua musica orizzonti fecondissimi.

Non era neanche ancora uscito, anzi, il lavoro precedente, che il fisarmonicista e compositore alessandrino già si misurava pubblicamente con uno dei cinque brani poi inclusi in questo suo nuovo progetto. Era infatti l’estate del 1989 allorché Gianni Coscia debuttava a Tortona in duo con Gianluigi Trovesi, e uno dei brani eseguiti era appunto Piolus, che oggi, nel disco Gianni arriva persino ad intonarci senza inibizioni (proprio il successo della Briscola, e successive tappe di cui diremo, gliene hanno dissolto ogni scoria residua) così come faceva vent’anni fa con il figlio Andrea.

Meno di due anni dopo, nella primavera del ’91, guadagnavano il proscenio altri due episodi dell’odierno Bandino: uno è Antica Mazurka, agghindato per l’occasione in abito classico, complice l’Orchestra d’Archi di pavia; l’altro è Tanghesi, dedicato all’alter ego “tortonese”, Gianluigi Trovesi, che di recente ha ricambiato il gentile cadeau con un tango (ovviamente) destinato alle cure del suo ottetto.

Nasceva intanto l’idea dell’attuale formazione, punto di sutura fra il precedente sestetto (con Trovesi, Visibelli, Ferra, Micheli e Sotgiu)  e un ulteriore momento di recupero di quelle tradizioni autoctone di cui Coscia si riallaccia in maniera ancora più radicale della stessa Briscola. Il “bandino” raccoglie ancora Trovesi e Visibelli alle ance, infatti, ma li integra con due ottoni gravi, il bombardino di Marco Parodi – potenziale strumento - simbolo dell’operazione non fosse altro che per le suggestioni che anche solo il nome ne fa annusare- e la tuba di Rudy (ma visto il contesto, sarebbe meglio Rodolfo…) Migliardi, nonché le percussioni ”aromatiche” di Stefano Bestoli. Una banda in formato mignon, appunto. Già perfettamente con in testa Culo di Pasta e La corriera di Paletu, Gianni Coscia chiudeva idealmente il cerchio nell’autunno di quello stesso 1991 entrando in contatto, al Premio Tenco (dove - strano a dirsi, trattandosi di una rassegna di canzone d’autore – ha portato nell’89 La Briscola per quartetto), con Flaco Biondini, chitarrista “storico” di Guccini, che in Tanghesi vivifica di autentico humus argentino le “velleità” di tre peones sulla cui genuinità è lecito avanzare più di un dubbio….

Che dire ancora? Che dopo La briscola, tabte cose sono capitate a Gianni Coscia. Che al di là del “flirt” con la canzone d’autore, c’è stato il sodalizio con Milva, ma soprattutto, in una presa di coscienza ormai integrale in una pelle non più ormai (solo) jazzistica, quel considerarsi fisarmonicista senza (più) macchia né paura che lo ha condotto a fare comunella con i “monsters” transalpini Azzola e Galliano, oltre che con Antonello Salis, in un superquartetto di sole fisarmoniche che ovviamente non ha – né, verosimilmente, potrebbe avere – precedenti. E’ così che oggi, all’età in cui si pregusta l’agognata pensione, Gianni Coscia deve rimboccarsi più che mai le maniche. La “nuova musica” lo reclama.

                                                                                                                                                                                  Alberto Bazzurro